04 Giugno 1984 – Born In The USA (Bruce Springsteen)

Accadde oggi! 

Annie Leibovitz

Durante il soggiorno a Los Angeles, Bruce Springsteen riprese materiale rimasto incompiuto dalle sessioni di Nebraska, registrando nel suo garage-studio Thrill Hill con batteria elettronica e synth. Pensò inizialmente di pubblicare queste tracce come seguito tematico di Nebraska o di unirle a brani del 1982 in un album intitolato Murder Incorporated, ma abbandonò l’idea. Nel maggio 1983 tornò a registrare con la E Street Band alla Hit Factory di New York, nonostante l’assenza parziale di Steve Van Zandt. Dopo una terza sessione, il materiale era quasi pronto per un’uscita natalizia, ma Bruce continuò a scrivere e registrare, insoddisfatto della coesione e della qualità sonora. Tra fine 1983 e inizio 1984 si svolsero nuove sessioni. Per sbloccare la situazione, il produttore Jon Landau selezionò i brani migliori e propose una sequenza finale che Bruce, pur con qualche dubbio, accettò.

Per la lunga storia del making of dell’album rimandiamo alle pagine del libro P. Jappelli e G. Scognamiglio, La Grande Storia di Bruce Springsteen, Hoepli, Milano 2024. Qui di seguito vi riproponiamo un estratto:

Fu tuttavia lo stesso Landau a chiedere a Bruce un ulteriore sforzo: mancava ancora un brano che potesse fare da apripista. […]Bruce accettò la sfida e, tornato in hotel, in una sola notte scrisse il brano che chiedeva Landau. Il testo riassume tutto il senso di inadeguatezza e di frustrazione creativa: non si può accendere un fuoco senza una scintilla, questa pistola è in affitto anche se stiamo ballando nel buio. Bruce parla senza veli del processo compositivo, fornendo un’istantanea di un uomo di successo che non riesce nemmeno a guardarsi allo specchio, oppresso dalle pareti che lo circondano, in attesa che si produca una scintilla creativa. Nasce in questo modo Dancing in The Dark, l’ultimo brano scritto per la tracklist di Born In The U.S.A., l’ariete che di fatto abbatterà il muro tra Springsteen e una nuova generazione di ascoltatori. […]

Pubblicato il 4 giugno 1984 – due anni dopo il disco più cupo di Springsteen e mentre il synthpop raggiungeva l’apice della popolarità e il post punk e la new wave sembravano sancire una definitiva sterzata del rock -, Born In The U.S.A “esplose come una bomba nucleare”, superando di gran lunga le aspettative dello stesso Bruce: sette singoli estratti, oltre 30 milioni di copie vendute in tutto il mondo, al primo posto nelle chart di quasi tutti i Paesi dell’occidente, una montagna di Dischi d’oro, di platino e di diamante. Con l’utilizzo – comunque contenuto- di suoni sintetizzati, e inaugurando di fatto una linea diversa dai suoi lavori precedenti, il nuovo album aggiornava il rock’n’roll al suono del decennio. I brani erano diretti, divertenti, trascinanti: fu una deflagrazione di gioiosità e sensualità che sembrò portare una vena di ottimismo e “leggerezza” dopo la buia introspezione di Nebraska. Tuttavia, a dispetto delle diverse sonorità, Born in the U.S.A. conserva il lirismo del suo predecessore, con testi che riprendono ed espandono temi analoghi ai precedenti. Forse, proprio il contrasto tra vivacità di toni e profondità di contenuti, ha fatto sì che l’album si prestasse a qualche fraintendimento e tentativo di manipolazione. Basti pensare alla titletrack che, strumentalmente confusa con un inno patriottico, contiene al contrario una bruciante critica sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam e, in particolare, sul modo in cui il Paese aveva accolto i suoi veterani. Nata in versione acustica per l’album Nebraska (come rielaborazione di un primitivo testo intitolato Vietnam), Born In The U.S.A. parla di un reduce che torna in patria ma si trova senza lavoro, senza amore e nessun posto dove andare. Il titolo e il ritornello della nuova composizione provengono da una sceneggiatura che il registra Paul Schrader aveva spedito a Bruce nel 1981, la cui trama girava intorno alla vita e alle ambizioni di alcuni ragazzi blue collar di Cleveland. […]

La versione elettrica era esplosiva e potente: inizia con una singola nota suonata dal pianoforte e basso, su cui irrompe la batteria di Max. Questa sostiene, con ritmo marziale, le sei note provenienti da un sintetizzatore che danno vita al riff dell’intero brano. La voce di Springsteen è possente, urlata: è quella del protagonista rabbioso, che non ha più nulla da perdere perché ha già perso tutto. La scrittura è asciutta, sintetica, ormai lontana anni luce da quella dei suoi primi album. In poche pennellate, c’è tutto il ritratto di un’esistenza drammatica che sfocia in un grido disperato liberatorio, tra dolore e richiesta di aiuto. Mentre sembra che il brano stia volgendo al termine, Max procede con un’altra energica e prolungata rullata di tamburi che evoca “il caos e i bombardamenti”. Poi subentra nuovamente tutto il resto della band, la musica riparte per poi sfumare definitivamente, lontano. Il brano fornirà non solo il titolo al nuovo album, ma anche il nucleo morale e persino l’idea di copertina, e finirà col rappresentare da subito uno dei pilastri della intera discografia di Springsteen. Tra gli altri brani scritti per Nebraska in acustico che finirono full band nel settimo album vi erano anche di Working On The Highway (intitolata originariamente Child Bride), Downbound Train e I’m Of Fire.

La prima è una nuova versione del brano acustico Child Bride, con un arrangiamento rockabilly che trasforma quella che era una ballata acustica e riflessiva scritta per Nebraska in una canzone vivace e allegra, sebbene la storia non sia a lieto fine. Downbound Train è da molti considerata la migliore canzone del disco pur non rientrando nel vasto numero dei singoli estratti dall’album. La sua ottima resa in versione full band –voce, chitarre cui si aggiunge, dalla seconda strofa, un tappeto di tastiere sintetizzate – convinse Bruce, Steve Van Zandt e Jon Landau a inserirla nella tracklist di Born In The USA. È un brano filmico, con sequenze toccanti e zoomate commoventi sul dolore di un uomo che, in ginocchio e con la testa tra le mani, piange di disperazione. Come in My Father’s House c’è un sogno, una corsa disperata verso una casa illuminata da una luna e la presa di coscienza che nulla potrà essere più come prima. I’m On Fire ti asciuga le lacrime e porta una vampata di sensualità all’intero album. Springsteen ritrovò la canzone sfogliando il suo taccuino e la registrò con Roy e Max, durante una pausa pranzo del resto della band. Cantata con una timbrica vocale alla Cash, il sound scarno ed essenziale esalta il calore del testo, due minuti e mezzo di ode al desiderio, prima ancora che all’erotismo in se stesso.

Cover Me, Darlington County, I’mGoin’ Down e Glory Days, scritte anch’esse nel periodo di Nebraska, furono registrate direttamente full band. Solo successivamente vennero composte My Hometown (l’unica anche registrata nel 1983), No Surrender, Bobby Jean e Dancing In The Dark.

In My Hometown Springsteen canta della città dove è nato, tra suoi ricordi di bambino, poi quelli di ragazzo – citando specifici momenti storici come gli scontri razziali e la crisi economica – e infine prefigurandosi futuro padre, tra lo scorrere del tempo scandito dai cambi generazionali. È un’intensa ballata rock, sui legami con i luoghi d’origine, sulla memoria e l’eredità culturale, che di fatto nella strofa finale anticipa quanto accadrà nella sua vita reale, quando Mr. Born To Run sceglierà di tornare a vivere con la nuova propria famiglia proprio nella sua hometown nel New Jersey. No Surrender e Bobby Jean sono veri e propri tributi all’amicizia – in particolare con Steve che stava per lasciare la band -, sugellano promesse giovanili e rimarcano il potere unificante della musica per esistenze formatesi intorno ai solchi dei dischi prima ancora che sui libri di scuola. No Surrender è una dichiarazione di resistenza, come soldati in una notte d’inverno con una promessa da difendere che non ammette la resa. Fu proprio Van Zandt a convincere Bruce a inserire questo brano nell’album, sicuro che quel senso di profonda amicizia fondato sul potere ispiratore del rock and roll fosse uno dei messaggi forti su cui si fondava il disco. Bobby Jean suona come il sincero “buona fortuna” al fratello Steve, che ha scelto di percorrere la sua strada. La melodia non può che essere dolciastra e malinconica, con una latente gioiosità (coerente con il sound di quel rock and roll che avevano scelto per l’intero album) e raggiunge il momento clou nel magnifico struggente assolo finale di sassofono di Clarence Clemons.

 

 

 

 

 

 

Annie Leibovitz photography

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