
La necessità di raccontarsi non si esaurisce con Western Stars ma prosegue, forse in modo ancora più esplicito, con l’album successivo Letter To You e, soprattutto, con il tour ad esso legato. Afflitto da abissi di tristezza per la morte di George Theiss e soprattutto di Clarence, incapace di scuotere i fantasmi della depressione che avevano ripreso a perseguitarlo, concluso lo spettacolo a Broadway e senza alcun tour all’orizzonte, Bruce rimase per mesi a fissare i fogli bianchi senza riuscire a comporre nulla per la band. Finché un giorno dell’aprile 2019, ispirato dalle sue malinconie e dal suono di una misteriosa chitarra (regalatagli mesi prima da un fan italiano all’uscita del Walter Kerr Theatre), compose di getto Last Man Standing, che diverrà il fulcro emotivo di Letter to You, il suo 20° album in studio.
Oltre a nuove registrazioni di tre monumentali composizioni rimaste inedite risalenti dai primi anni ‘70, l’album contiene altre nove canzoni tra cui molte scritte in una decina di giorni successivi a Last Man Standing, sempre nell’aprile 2019. Registrato in soli quattro sessioni interamente live con la E Street Band nell’autunno seguente, Letter To You venne pubblicato quasi un anno dopo, il 23 ottobre 2020. Il sound è potente come quello che aveva identificato la E Street Band negli anni ’70, fatto di imponenti assoli di sax, tastiere, batteria martellante e una moltitudine di chitarre. Eppure si tratta forse del disco più personale e introspettivo della sua carriera: un bilancio della vita, uno sguardo al passato, un incontro con i fantasmi dei cari scomparsi e un lucido resoconto di ciò che lo attende, compresa la morte. Come in Western Stars, Bruce appare profondamente consapevole che il passato contiene più risposte del presente e che il futuro si riduce ogni giorno che passa.
L’apertura è affidata a One Minute You’re Here, una riflessione sulla fugacità della vita con grande essenzialità lirica, un arrangiamento cupo, chitarre acustiche e archi sintetici. Sullo sfondo c’è un treno che sfreccia, come metafora della velocità con cui passa la vita o, stavolta, come metafora della morte che ti trova ad attenderla sui binari e ineluttabilmente ti investe. Una metafora cui Bruce ha già fatto ricorso in diverse occasioni in passato – come in Downbound Train o in Land Of Hope And Dreams – e che si ripresenta poco dopo nell’album con il rock energico e pieno di Burnin’ Train, una canzone risalente al 1993. Il suono è diverso rispetto alle altre tracce di Letter To You, ma il testo e il significato sono perfettamente in linea: stavolta il treno trasporta i ricordi del passato, ai tempi di amori febbrili e incandescenti desideri che allontanavano l’idea della morte, annullata dalla sensazione di immortalità propria della giovinezza.
Letter to You, la traccia che dà il titolo all’album, non ha invece bisogno di ricorrere a grandi metafore ma è semplice e diretta e attinge esplicitamente dalla storia personale di Springsteen: è un messaggio – una sorta di testamento spirituale o una richiesta di benevolenza verso un anziano rocker – inviato a una persona amata, o anche a noi, il suo pubblico. Nella lettera scrive dei momenti difficili che ha dovuto affrontare, dell’inchiostro e del sangue con cui ha appuntato tutti i suoi pensieri e le sue paure. Scava con un’amabile genuinità, nel profondo della sua anima mostrando la sua sincerità e, nel contempo, tutta la sua vulnerabilità. 
I tre brani scritti negli anni settanta sono notevoli sia dal punto di vista lirico che musicale. JaneyNeeds A Shooter (1972), con organo gospel e armonica, racconta la storia di una giovane ragazza, giocattolo sessuale di dottori, preti e poliziotti che approfittano della sua solitudine e fragilità. Le immagini forti ed esplicite sono tuttavia descritte con versi delicati e di grande impatto empatico. If I Was A Priest (1970/1971) è una storia dissacrante, di peccati e dissoluzione in cui la Vergine Maria lavora come barista di giorno e prostituta di notte, distribuendo preservati benedetti mentre lo Spirito Santo conduce lo spettacolo di burlesque. Song For Orphans (1972) è un pezzo dal tono gospel, una visionaria rilettura country così sovraccarica di metafore da renderne criptico il significato. Alcune interpretazioni fanno riferimento ai “perdenti della storia” – l’Asse, i Confederati – e ai figli in cerca dei loro padri scomparsi; secondo altre, gli orfani sono i giovani della fine degli anni ’60/ primi anni ’70 alla ricerca di un significato o di un percorso nella vita. Altre ancora si riferiscono ai pericoli, alle distrazioni, alle facili seduzioni che si trovano sul proprio cammino quando si risponde a una chiamata.
Chiari ed espliciti sono invece i riferimenti ai compagni di una vita che non ci sono più – come Clarence, Danny e George Theiss – in Last Man Standing e Ghosts. Nella prima, con una melodia nostalgica, quasi elegiaca, Bruce rievoca l’energia giovanile e l’esperienza della sua prima importante band viste, cinquant’anni dopo, attraverso lo sguardo da ultimo sopravvissuto. Sfogliando un vecchio album di fotografie, riemergono dettagliati ricordi autobiografici che lo trasportano indietro alla metà degli anni ’60, quando cantava insieme ai vecchi compagni nel Circuit del Jersey Shore. I versi sono semplici e meditativi e riserva l’unica metafora al ritornello, in cui “Rock of ages” assume due significati contemporaneamente: la metafora biblica della forza eterna e il riferimento letterale al lavoro della sua vita. Ghost è un pezzo potente, con batteria e chitarre in primo piano, celebrativo ed energico come i migliori inni di Springsteen. “Parla della bellezza e della gioia di far parte di una band”, ha spiegato Springsteen all’uscita del singolo, ma ha anche aggiunto: “e del dolore di perdersi l’un l’altro a causa della malattia e del tempo”. Sia sul disco che sul palco, è facile sentire la gioia che sprigiona il brano ma ci vuole un ascolto più attento per sentirne il dolore. Anche questi versi sono dedicati a George e a quelle anime di amici perduti che continuano a vivere nei nostri ricordi o, di più, permangono nelle nostre vite. È un terreno che Bruce aveva già battuto – ad esempio in We’reAlive nell’album Wrecking Ball, all’indomani della morte di Clarence- ma qui l’“I’mAlive” del ritornello esplode – in un giocoso contrasto con la presenza dei fantasmi che infestano le strofe – come un liberatorio carpe diem, un urlo primordiale di gratitudine, sollievo e disperazione. Per la seconda volta nell’album (la prima è nel ritornello di One Minute You’re Here) Bruce canta “I’m coming home”, con la consapevolezza di avere ormai molti più ieri rispetto ai domani, più addii che arrivederci.
Nonostante il titolo, The Power of Prayer non è una canzone religiosa ma profondamente spirituale. È un brano sul potere trascendente della musica, sulla sua capacità di toccare la nostra anima, accendere le nostre passioni, connettere i nostri cuori. È un richiamo nostalgico ai singoli R&B degli anni Sessanta, con l’arrangiamento più corposo dell’intero album che gli permette di adottare un testo agile ed essenziale, confidando nella trasmissione del messaggio principalmente attraverso la musica. Bruce stesso dirà: «Tutti abbiamo il nostro modo di pregare. Ho limitato il mio a tre minuti e a un 45 giri. La potenza del pop puro, la meravigliosa semplicità della melodia, uno studio completo del personaggio in pochi minuti. Vita in 180 secondi o meno. Se lo fai bene, ha il potere della preghiera».
La canzone più intima dell’album è probabilmente House Of A ThousandGuitars, allo stesso tempo una dichiarazione di intenti, un invito e una confessione. A differenza del brano precedente, è melodicamente semplice e ai versi e alla voce – struggente e vulnerabile – è affidata l’interpretazione del testo. Bruce tenta di definire l’universo emotivo che crea con il pubblico – fondato su valori esistenziali, divertimento e gioia – ogni volta che sale sul palco. “Viviamo in quella casa per due o tre ore, poi ce ne andiamo e portiamo quel mondo con noi sperando che ci sostenga il più a lungo possibile. Per costruire quella casa c’è bisogno di duro lavoro sui principi dell’amore, della libertà, della fraternità: idee antiche che costituiranno sempre la base di una vita onesta e di una società umana.” Conoscendo le sue convinzioni anti-Trumpiane, può essere letta anche come affermazione dei valori sociali dell’America e della sua ostinata resistenza agli attacchi da parte del governo stesso. Esplicitamente politico è Rainmaker, un brano scritto nel 2003 ma valido anche nei tempi attuali. È la storia di Charles Hatfield, un truffatore che si assicurava contratti presso le comunità colpite da siccità in cambio di pozioni chimiche che avrebbero provocato la pioggia. È chiaro che il riferimento va traslato ai politici che sfruttano la paura e la disperazione della popolazione per accrescere le proprie fortune e il potere. Infine, con precisa simmetria, l’album aperto con One Minute You’re Here si chiude con I’llSeeYou in My Dreams: due canzoni che guardano alla morte, la prima con malinconica rassegnazione, la seconda con speranzosa attesa dei ricongiungimenti che offre.
Tratto da P. Jappelli e G. Scognamiglio, La Grande Storia di Bruce Springsteen, Hoepli,Milano 2024.
Track list
- One Minute You’re Here
- Letter To You
- Burnin’ Train
- Janey Needs A Shooter
- Last Man Standing
- The Power Of Prayer
- House Of A Thousand Guitars
- Rainmaker
- If I Was The Priest
- Ghosts
- Song For Orphans
- I’ll See You In My Dreams
Bruce Springsteen & The E Street Band
Bruce Springsteen – Voce, chitarra
Roy Bittan – Tastiere, pianoforte
Nils Lofgren – Chitarra
Patti Scialfa – Cori, chitarra
Garry Tallent – Basso
Stevie Van Zandt – Chitarra
Max Weinberg – Batteria
Charlie Giordano – Organo
Jake Clemons – Sassofono