Bruce Springsteen: Inyo (Tracks II: The Lost Albums)

“Quando rientravo la sera in hotel, continuavo a scrivere seguendo quello stesso stile. – ricorda Bruce -. Pensavo che avrei realizzato un seguito di The Ghost of Tom Joad, ma poi non è successo. Ed è proprio da lì che nasce Inyo. Anche perché, in quel periodo, vivevo sulla costa ovest e il Los Angeles Times ogni giorno riportava notizie dal confine con il Messico. Era qualcosa che entrava inevitabilmente nella tua quotidianità.”

Durante il tour acustico legato a The Ghost of Tom Joad, Bruce Springsteen iniziò ad approfondire con maggiore intensità il tema del confine — non solo come realtà geografica, ma anche come simbolo ricorrente e potente all’interno della sua poetica.
I lunghi viaggi in motocicletta attraverso il Sud degli Stati Uniti, uniti alla lettura di opere come Rivers in the Desert di Margaret Leslie Davis, alimentarono un processo creativo fatto di osservazione, ascolto e immersione silenziosa nei paesaggi umani e naturali del confine. Ne nacque una trama ricca di immagini evocative, volti segnati dal tempo, dialoghi rubati al quotidiano e pause dense di significato, tutti elementi che andarono a costituire una nuova dimensione narrativa del suo songwriting.

In questo contesto si inserisce Inyo, che può essere visto come una sorta di anello mancante tra The Ghost of Tom Joad e Devils & Dust — una fase di transizione e fermento artistico in cui l’urgenza espressiva si traduce in canzoni dal tono intimo, ma profondamente radicate nei temi della frontiera e della migrazione.
Alcuni brani che vedranno la luce solo anni dopo, nel 2005 — come The Hitter, Leah e Matamoros Banks — affondano in realtà le proprie radici proprio in queste stesse sessioni ispirate e silenziosamente febbrili.

L’aspetto forse più innovativo di Inyo si manifesta con particolare forza in brani come The Lost Charro, Adelita e Ciudad Juárez, nei quali l’introduzione di sonorità mariachi si fonde con arrangiamenti che evocano il sound desertico e cinematico di band come i Calexico. Questa contaminazione musicale apre nuove traiettorie nella scrittura springsteeniana, espandendo la sua tavolozza espressiva verso territori poco esplorati nella sua produzione precedente.

È interessante notare come Adelita e The Lost Charro non nascano unicamente da un’urgenza artistica o da esperienze personali sul campo, ma affondino le radici in una solida base di ricerca accademica, a testimonianza della profondità concettuale che caratterizza il progetto Inyo. I due brani si ispirano infatti a due testi fondamentali: The Mexican Corrido: A Feminist Analysis di María Herrera-Sobek, e The Lost Charro di Kathleen Mullen-Sands. La scelta di confrontarsi direttamente con questi studi segnala un approccio attento, quasi etnografico, alla narrazione musicale.

Soffermandosi in particolare su The Lost Charro, emerge un brano dal forte impatto emotivo, impreziosito da un arrangiamento sofisticato e da versi di intensa drammaticità, come: “Madrina, quando morirò, trasforma la mia argilla in un vaso / e quando avrai sete, bevine.”
Si tratta, con ogni probabilità, del suo esperimento più audace sul piano sonoro e narrativo — una deviazione coraggiosa dalle coordinate abituali, che si configura come una vera e propria esplorazione di nuove forme di racconto musicale.

Anche se Inyo include momenti ricchi di sonorità mariachi, non si può definire un disco interamente appartenente a quel genere. Oltre a brani come Adelita e The Lost Charro, l’album si muove, come abbiamo detto, nella stessa direzione tracciata da The Ghost of Tom Joad: un percorso fatto di ballate narrative, intime e cupe, che raccontano le esperienze dure e spesso invisibili di immigrati messicano-americani e popolazioni native, con ambientazioni prevalentemente tra California e Texas. Tra le tracce che colpiscono di più c’è One False Move, che può essere vista come una gemella spirituale di Straight Time. Le due canzoni condividono infatti lo stesso nucleo tematico: l’oscillazione tra il tentativo di riscatto e la seduzione della vecchia vita criminale per chi cerca di ricominciare. Le affinità testuali sono evidenti: “Ti abitui a tutto / Prima o poi diventa la tua realtà” e “Quella fredda sensazione che la mia fortuna stia per esaurirsi” richiamano direttamente un verso di Straight Time: “Ho una mente fredda pronta a superare quella linea sottile.” Inoltre, non è un caso che il brano contenga esplicitamente il termine “straight time”.

A livello musicale, Inyo è dominato dalla presenza di Springsteen stesso, che suona quasi tutti gli strumenti principali. Al suo fianco, il collaboratore di lunga data Ron Aniello, che interviene al basso e in altri ruoli strumentali su più tracce. Ci sono poi tre preziosi contributi da parte della E Street Band: Soozie Tyrell, con il suo violino e le armonie vocali che arricchiscono tre pezzi, Curt Ramm, autore di un assolo di tromba memorabile in Ciudad Juárez, e Barry Danielian, che aggiunge profondità orchestrale a Adelita.

Questo non è un disco da ascoltare distrattamente. Richiede tempo, attenzione, e magari più ascolti per assaporarne le sfumature, orientarsi tra i personaggi, e cogliere i riferimenti culturali e storici. All’interno della raccolta Tracks II, Inyo è probabilmente l’album meno orientato al mercato, ma anche uno dei più intensi e profondi dal punto di vista artistico. Un momento di struggente bellezza arriva con El Jardinero (Upon the Death of Ramona), che racconta il dolore di un padre, giardiniere, che ha perso la figlia. In una sorta di poesia terrena, lui la percepisce tornata alla terra, nel ciclo naturale che lo circonda. “Le rose si alzano perfette dal suolo arido,” e aggiunge: “Con il mio lavoro in questo giardino, torneremo entrambi a vivere.” La title track, Inyo, si basa su una vicenda storica precisa, mettendo in scena un confronto aspro tra i privilegiati e chi ha subito soprusi, in uno stile che richiama Youngstown e Death to My Hometown. Our Lady of Monroe è invece un’anomalia geografica nell’album, ambientata nel New Jersey, unica a guardare a Est. Il protagonista è un ex detective della polizia di Newark, segnato dal passato, che cerca di alleggerire il peso di ciò che ha vissuto. Lo fa andando a indagare su un presunto miracolo mariano avvenuto nel cortile di una casa a Monroe Township. Springsteen canta: “Dalla sua scrivania nel distretto Sud, aveva camminato quel miglio sporco. Ma tutto era ormai alle spalle. Doveva imparare a vivere, semplicemente vivere, anche solo per un po’.” A chiudere il disco è la delicata When I Build My Beautiful House, una ballata folk essenziale, senza trama, senza personaggi né riferimenti temporali. Solo una visione di pace, un desiderio di superare le ombre del passato e trovare finalmente un luogo senza dolore né memoria. Secondo le note di Erik Flannigan, questa canzone nasce da una sessione in cui Springsteen stava componendo liberamente, senza un progetto definito. Da quella fase sono uscite anche canzoni poi confluite in The Ghost of Tom Joad e nella raccolta Streets of Philadelphia Sessions. Lo stesso Springsteen ha raccontato: “Scrivevo senza sapere esattamente dove stavo andando. Non avevo un piano, ma mi piaceva ciò che stava venendo fuori. Così ho continuato. ”E conclude, parlando del progetto: “Questo disco, insieme a Devils & Dust, nasce tutto da quello stesso humus creativo di The Ghost of Tom Joad.”

Tracklist; Testi & Traduzioni; Video di Inyo

1. INYO

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2. INDIAN TOWN

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3. ADELITA

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4. THE AZTEC DANCE

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5. THE LOST CHARRO

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6. OUR LADY OF MONROE

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7. EL JARDINERO (UPON THE DEATH OF RAMONA)

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8. ONE FALSE MOVE

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9. CIUDAD JUAREZ

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10. WHEN I BUILD MY BEAUTIFUL HOUSE

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