
Il cofanetto “Tracks II: The Lost Albums” di Bruce Springsteen, uscito il 27 giugno, rappresenta un evento senza precedenti nel mondo del rock. Mai prima d’ora un artista affermato aveva pubblicato simultaneamente sette album completi, con oltre 80 brani registrati nel corso di decenni. Un modo giusto per rendere merito a questo ambizioso progetto è considerare ogni album come un’opera a sé.
Il primo dei sette Lost Albums di Springsteen è “LA Garage Sessions ’83”, descritto dallo stesso Springsteen nelle note di copertina come “un ponte cruciale tra Nebraska e Born in the U.S.A.“. Registrato nel 1983 nel garage della sua prima casa a Los Angeles, con un impianto di registrazione casalingo decisamente più avanzato rispetto a quello usato l’anno prima, questo album segna per Bruce l’inizio di un approccio più solitario, sperimentale e introspettivo alla creazione musicale.
“Ero ancora distante dalla celebrità”, racconta, “e non avevo deciso se pubblicare prima qualcosa sulla scia di Born in the U.S.A. o di Nebraska. Passai gran parte del 1983 in California, lavorando a un disco alternativo. Queste demo registrate a Los Angeles sono ciò che ne è rimasto.”
Si tratta di registrazioni casalinghe, intime e senza sovraincisioni di altri musicisti, aggiunte solo in seguito durante la nuova masterizzazione. Springsteen canta e suona da solo, come aveva già fatto per Nebraska. Tuttavia, in questo caso, l’equipaggiamento di registrazione più avanzato offre una maggiore ricchezza sonora e una resa più raffinata. Le 18 tracce – spaziando tra folk, rockabilly, sonorità da tastiere 8-bit e effetti ambientali in delay – risultano, nel complesso, più melodiche e accessibili rispetto alla cupezza riflessiva di Nebraska, più “pop”, ma capace di scandagliare l’interiorità e di raccontare il lato più amaro di un sogno americano. Pur mantenendo un tono personale, alcune tracce sembrano dunque già rivolgersi a un pubblico più ampio, lo stesso che avrebbe accolto con entusiasmo Born in the U.S.A.. D’altronde Springsteen era in un momento di altissima ispirazione artistica: i testi affrontano temi come il senso di colpa, la marginalità, la fuga e l’identità americana, con la precisione e la delicatezza del racconto breve. È un disco che ha il sapore di un esperimento fragile ma autentico, quasi un lavoro artigianale, attraversato da una produzione anomala e coraggiosa.
Forse il suo album più “indie” in assoluto — come lo ha definito lo stesso Springsteen — non fornisce una risposta definitiva ai grandi interrogativi della vita, ma si rivela senza dubbio una gemma preziosa nella sua discografia.
“Follow That Dream“, che riprende titolo e parte del testo da una hit spensierata di Elvis Presley del 1962, scritta da Fred Wise e Ben Weisman, è uno dei brani più toccanti del disco. “Resta uno dei miei pezzi preferiti mai pubblicati”, scrive Springsteen. “C’è qualcosa di unico in quella canzone.”
“Don’t Back Down on Our Love“ si distingue per un sound energico e solare, nonostante le parole raccontino dolore e difficoltà: “Voglio piangere ma sono vuoto dentro e non riesco a versare lacrime / Voglio dormire ma non ci sono sogni e il sonno non arriva”.
“Sugarland“ è la storia straziante di un contadino la cui attività sta fallendo, ma una tastiera leggera introduce un senso di speranza nel brano.
“Johnny Bye Bye“, qui in versione spoglia, senza la batteria presente nell’edizione pubblicata nel 1985 come lato B di “I’m on Fire” e nel cofanetto Tracks del 1998, assume un tono più raccolto, vicino allo spirito di Nebraska.
“County Fair“ si presenta con un arrangiamento più semplice rispetto alla versione inclusa in The Essential Bruce Springsteen del 2003.
Brani come “Jim Deer“ e “Richfield Whistle“ sono strettamente connessi, quasi due variazioni sullo stesso tema, pur con esiti narrativi differenti: nel primo, il protagonista finisce in carcere; nel secondo, trova la forza di ricominciare. Lo stesso vale per “Unsatisfied Heart“, “Fugitive’s Dream“ e la sua versione in ballata.
Come accaduto in altri momenti della sua carriera, Springsteen ha spesso ripescato frammenti di canzoni dimenticate, trasformandoli in elementi chiave di successi futuri. Ad esempio “Black Mountain Ballad“ contiene il verso “All she said was, ‘I’m sorry Joe, but I gotta go / We had it once but we ain’t got it anymore‘”, che riecheggia in “Downbound Train“, mentre quello in “Seven Tears” “Went down to see my gypsy man / He said, ‘Now son, I understand'” è diventato “Went down to see my V.A. man / He said, ‘Son, don’t you understand'” di Born in the U.S.A.
La prima versione di “My Hometown“ presente in questa raccolta mostra un’interpretazione più acerba, sia nelle note che fraseggio. Inoltre, il padre nella canzone non si limita a dire “Questa è la tua città natale”, ma aggiunge: “Anche se potrai girare il mondo, questa resterà la tua casa”. Un dettaglio curioso: in questa versione, “Kate” è chiamata “Mary”.
Alcuni degli album di Tracks II risultano coerenti nel suono e nei temi. LA Garage Sessions ’83, invece, appare più eterogeneo: alcune canzoni anticipano il sound di Born in the U.S.A., altre evocano atmosfere più simili a Tunnel of Love (1987) o The Ghost of Tom Joad (1995).
Tuttavia, emergono fili conduttori tra i brani. Come osserva il critico Erik Flannigan, ci sono momenti in cui “i personaggi non riescono a dormire, tormentati da pensieri solitari o da visioni nei sogni. Altri si sentono estranei nei luoghi a loro familiari o riflettono sulle scelte fondamentali della loro vita.”
O, come chiede ossessivamente Springsteen in “Unsatisfied Heart”:
“Si può vivere con un cuore insoddisfatto?”
Tracklist; Testi & Traduzioni; Video di LA Garage Sessions ’83: