
Washington, 24 luglio. Sul palco della Biennial Leadership Conference dell’American Civil Liberties Union, Bruce Springsteen ha ritirato il Ralph Ellison Award, il riconoscimento appena istituito dall’ACLU per chi nelle arti, nello sport, negli affari e nella scienza si è distinto nella difesa dei diritti civili. Davanti a quasi 1.200 persone, per lo più studenti del National Advocacy Institute riuniti al Washington Hilton, Springsteen, che non ha mai ha evitato lo scontro frontale con l’amministrazione Trump, stavolta ha puntato altrove: sulla gente comune. “Non mi sono mai considerato davvero un attivista”, ha detto con la voce bassa che usa quando vuole farsi ascoltare davvero. “Nel migliore dei casi, sono un cittadino preoccupato che suona la chitarra e dice quello che pensa”. È stata una dichiarazione di umiltà, ma anche di una linea politica spostando i riflettori su chi, lontano dalle telecamere, “rischia in prima persona” per proteggere libertà e diritti. E ha dedicato il premio a tutti coloro che negli ultimi mesi sono scesi in strada a Minneapolis, Portland, Los Angeles, New York. “Sono loro i veri meritevoli”, ha detto. “Hanno messo in gioco le proprie convinzioni. E in alcuni casi la propria sicurezza”. Il momento più alto è arrivato dopo il discorso. Solo, con la chitarra acustica e l’armonica al collo, Springsteen ha suonato “Streets of Minneapolis”. Il brano, scritto a gennaio, racconta la morte di Renee Good e Alex Pretti, due residenti uccisi da agenti federali dell’immigrazione. È uno dei pezzi più duri e politici degli ultimi anni. L’esecuzione essenziale ha trasformato il premio in un atto di memoria. Il messaggio della serata era chiaro: in un clima sociale e politico teso, la democrazia non si salva da sola. Dipende dall’impegno quotidiano di chi decide di non fare lo spettatore. Con Springsteen sono stati premiati anche Colin Kaepernick, che ha spronato i ragazzi a “riscrivere la storia”; Vanita Gupta, ex vice procuratore generale; Erwin Chemerinsky, preside della facoltà di giurisprudenza di Berkeley; e Elizabeth Foster, attivista per la libertà di stampa in South Carolina. A condurre la cerimonia, Laverne Cox: “Conoscete i vostri diritti. E difendeteli con empatia e solidarietà”. Il riconoscimento dell’ACLU arriva a pochi mesi dall’ok dato da Springsteen all’uso di “Born in the USA” in una campagna sulla cittadinanza per diritto di nascita. Una battaglia arrivata fino alla Corte Suprema, che ha bocciato il tentativo dell’amministrazione Trump di cancellare il principio costituzionale. È il secondo premio in pochi mesi a vocazione civile per il Boss. A giugno al Tribeca Film Festival di New York aveva ricevuto l’Harry Belafonte Voices for Social Justice Award.Due targhe, una stessa direzione. Springsteen conferma così di non essere soltanto una delle voci più grandi del rock americano. È diventata, sempre di più, una voce pubblica. Quella di un cittadino che suona, parla e ricorda a tutti che le libertà si difendono una canzone, una protesta, un giorno alla volta.