Accadde oggi!

Se è vero che l’influenza 9/11 è percepibile in tutto l’album, The Rising non è il disco sull’orgoglio ferito degli Stati Uniti. Non è un’opera enfatica, né autocommiserante, non assolve ma non punta neanche il dito. Semplicemente prende atto e racconta sentimenti di dolore e frustrazione privati e collettivi, istantanee in bianco e nero di tumulti emotivi che si trasformano in poesia universale.
«Sin dal principio mi fu chiaro che, se volevo continuare a comporre brani a tema, questi non potevano dipendere esclusivamente dall’evento a cui erano ispirati. Dovevano vivere di vita propria, di una coerenza interna che li rendesse perfettamente comprensibili a prescindere dall’11 settembre. Avrei preso a scrivere canzoni rock, canzoni d’amore, canzoni su relazioni finite male, spiritual, blues e probabili hit, lasciando che gli eventi di quel giorno respirassero e si inserissero nella cornice che avevo disegnato». [B. Springsteen, 2016]
L’11 settembre è dunque solo il punto di partenza, non quello di arrivo che, al contrario, è di respiro più ampio rispetto alla vicenda storica particolare. Su quindici tracce solo in Into the Fire il riferimento è univoco e diretto. Inizia con un lieve groove elettronico, una chitarra, acustica e slide, la voce narrante è quella di una donna che ha perso il suo uomo che, vigile del fuoco nelle Torri Gemelle, è morto per tenere fede al suo impegno morale. Il ritornello diviene una preghiera corale affinché la sua forza, fede, speranza e amore diventino il nostro mantra per andare avanti.
In EmptySky si passa dalla vicenda privata di un amore scomparso al sentimento collettivo di sgomento e di perdita. Il cielo ormai vuoto è sì segno di uno skyline privo delle sue iconiche Torri ma è anche metafora di una vita che ormai non trova più il suo senso, divisa tra il desiderio di un altro bacio dalla persona amata e il bisogno di vendetta, tra l’albero del male e l’albero del bene. Worlds Apart ha un testo forte, coraggioso, che pur senza riferimenti specifici, allude alla distanza dei due mondi (occidentale e arabo), tra i quali è tuttavia possibile gettare un ponte lasciando “che l’amore dia quello che dà” e aiutando “l’amore a dare quello che dà”. Suonata significativamente insieme a Asif Ali Khan (un allievo del maestro di qawwali, NusratFateh Ali Khan) e il suo gruppo di musicisti, fondendo melodie pakistane al sound rock americano, si parte anche in questo caso dall’intimità di una storia d’amore – da quell’abbraccio dove “tutto comincia” – contrastata dai pregiudizi e dalle differenti culture dei due protagonisti. Le due parti implorano che ” i vivi [li] lascino entrare, prima che i morti [li] facciano a pezzi”, ovvero che la loro unione sia accettata e si superino i confini culturali, ideologici e religiosi imposti dagli stereotipi, dall’ignoranza e dalla diffidenza.
Lonesome Day apre l’album con tutto il fragore della E Street Band, con molte tastiere, un sound corposo e molte voci. È una canzone sull’amore perduto, sul sentirsi tradito e sull’abbandono, che tuttavia cela riflessioni più ampie sulla condizione umana. L’inferno ribolle, un sole nero sta sorgendo e il pericolo è sempre in agguato ma alla vendetta è meglio non cedere, perché è sempre preferibile “[farsi] delle domande prima di sparare” e aspettare che la tempesta finisca e, con essa, questa triste giornata di solitudine. È una canzone rock midtempo con elementi di musica country, in cui prominente suona il violino stridente di SoozieTyrell, introducendo una delle nuove trame musicali che la E-Street Band utilizza nell’album.
Scritta da Bruce nel 1998, la malinconica e dolciastra Waitin’ On A Sunny Day – con un arrangiamento alimentato da batteria, chitarre acustiche, violino e il sax di Big Man che impenna – evoca la speranza di un ritorno alla felicità nella relazione di coppia, assumendo significati aggiuntivi post 11 settembre. Springsteen lo descrisse come “un buon esempio di scrittura di canzoni pop” ma anche come la classica canzone che avrebbe gettato “direttamente nel bidone della spazzatura” se non fosse stato per Jon Landau che ancora una volta ci vide giusto, prevedendo che avrebbe fatto esplodere il pubblico in coro.
Più cruda e amara Nothing Man, che rispetto al testo originale del 1994 subì probabilmente una parziale riscrittura dopo l’attacco alle Torri – conclusosi “per sempre in una nuvola di vapore rosa” (ovvero quello che secondo i testimoni oculari venne sprigionato dai corpi dopo l’impatto con il suolo) – cercando di cogliere il senso di disagio e isolamento provato dai sopravvissuti.
Dopo due accordi acustici di introduzione, parte potente Countin’ On A Miracle, un’espressione lancinante di amore, perdita e resilienza. Il contesto storico amplifica ulteriormente il peso emotivo del testo, contenuto nell’immagine – metaforica ma anche letterale -di un amore ormai polvere sotto i piedi di chi è rimasto. Qualche riferimento fiabesco, il titolo ottimista e la base musicale piena di archi potrebbero ingannare sulla positività del messaggio, ma Bruce lo chiarisce fin dal primo verso: nessun principe potrà risvegliare la sua amata con un bacio e tutto è permeato da un amaro disincanto. Il riferimento a un dio superiore nelle cui “mani si compie il destino” non suona stavolta come un’attestazione di fede quanto una – frustrata e umana – percezione di tradimento. Eppure, l’unica speranza è rappresentata da un miracolo.
Sulla stessa linea Further On (Up the Road), scritta prima dell’11 settembre, riletta col senno di poi appare inquietante e profetica. È una canzone sull’accettazione fatalista della morte come inevitabile tappa della vita, una strada a senso unico, che tuttavia ci consentirà una “mattina di sole” di rincontrarci ancora. Nel frattempo, non ci resta che vivere il tempo limitato che ci è concesso abbracciando le gioie che quella strada ci offrirà. È un brano anche musicalmente lineare e intenso, con la batteria in primo piano, un tappeto di chitarre elettriche e ritornello a più voci ispirato a quello di Farther Up the Road (1957) di Bobby “Blue” Bland.
Let’s Be Friends (Skin to Skin) cattura con il suo groove R&B estivo, accattivante e piacevole. Il testo è elementare, lontano da metafore, diretto per un messaggio semplice, espresso nella sua più assoluta genuinità: la diversità non deve precludere la possibilità di incontro e di dialogo e “tutti i muri possono essere abbattuti”. La leggerezza della melodia, le doppie voci e l’innocenza del testo fanno da contraltare alla facile retorica dei versi. Ne enfatizzano piuttosto la semplicità della soluzione – come a dire “in fondo basterebbe così poco” – a dispetto delle strategie politiche e delle barriere culturali.
The Fuse è forse la canzone di The Rising che meglio cattura il senso di terrore collettivo che attanaglia l’America in quei primi mesi dopo l’11 settembre. Opera anch’essa su due livelli diversi: il primo, riguarda il nostro istinto primordiale di auto-medicare il trauma e la tragedia, in questo caso, con la connessione fisica. Il secondo, a un livello più profondo, parla degli ultimi momenti di normalità prima che uno tsunami travolga tutto ciò che abbiamo e su cui riteniamo avere il controllo. Rabbia e dolore sono nei colori rosso e nero ricorrenti in tutto il testo, tra bandiere a mezz’asta, cortei funebri, credenti sotto la Croce, una luna di sangue che sorge in un cielo offuscato dalla polvere di morte, con pericoli che sibilano nell’aria come elettricità e il male all’orizzonte. L’unico modo per disinnescare questa miccia è rifugiarsi nell’amore, spegnere le luci e abbandonarsi alla seduzione. Roy e Danny suonano una decina di tastiere diverse e Nils si destreggia tra quattro differenti strumenti a corda, cui si aggiungono il mandolino di Steve, la chitarra e l’armonica di Bruce, il sax di Clarence, il basso di Garry, il violino di Soozie e la batteria di Max.
In Mary’s Place l’atmosfera si fa festosa, ma come spesso accade nelle canzoni gioiose di Bruce, il retrogusto è amaro. I nostri cari che ci hanno lasciato possono aspettarci alla fine del nostro viaggio, ma abbiamo miglia da percorrere prima di dormire. Come si ricomincia? Come viviamo con il cuore spezzato? L’unica risposta possibile è nella forza generata dagli amici, dalla famiglia e dalla comunità da un lato, e dalla fede in una qualsiasi religione dall’altro, che siano “le sette immagini di Buddha o gli undici angeli della misericordia”. Il “Mary’s Place” è contemporaneamente nel mondo terreno, ovunque ci si riunisca per fare festa e per celebrare la vita, e nel regno celeste, dove si realizza la promessa dell’eterna riunione e dove tutte le religioni si incontrano. Nel ritornello, Bruce omaggia la Meet Me atMary’s Place di Sam Cooke (1966) e la LetItRain di Eric Clapton (1972) in cui si inneggia al potere dell’amore che può lenire il dolore. Ma il suono è quella tipico della bar band di cui gli E-streeters sono giganti assoluti: corale, pieno di stacchi, di fiati e di voglia di vivere.
You’reMissing è uno dei brani più belli e toccanti dell’album. È un’elegia accompagnata dall’organo a pompa di RoyBittan, il violoncello di Larry Lemaster, il violino di Soozie e il lento controtempo fornito da Max Weinberg, che cercano di addolcire il dolore di quel vuoto improvviso. Non c’è desiderio di vendetta (la perdita non è detto che sia dovuta all’attentato, ad eccezione di un ipotizzabile riferimento nell’ultima strofa) ma solo la disperazione di una vita che continua inesorabilmente a scorrere nell’apparente normalità, sebbene nulla sia più normale. Tutto è fermo sebbene il tempo scorra, tutto lascia percepire simultaneamente presenza e assenza della persona scomparsa. You’reMissing non si evolve in una trama, ma è piena di immagini semplici e letterali ad eccezione dei versi conclusivi in cui i rifermenti a Dio e al Diavolo sono anche leggibili come metafora della difficoltà di conservare la fede dopo aver subito una perdita.
Il brano titletrack, The Rising, riunisce con una superba abilità artistica tutti i più grandi temi springsteeniani – l’amore e la perdita, la vita e la morte, il dovere e il destino, la sfida e la resa, i legami che uniscono e gli spiriti nella notte – in un’unica lirica impregnata di immagini religiose e simboliche, interpretabili a più livelli, e consegnata in una energica veste rock. La strofa di apertura – che sia ambientata negli inferi, con il peso nell’anima che lo zavorra ancora al mondo terreno, o nel buio delle scale di una Torre dove un vigile del fuoco sta trasportando il carico di cavi e tubi sulle spalle, o ancora negli ultimi istanti prima di morire dove il passato non ha ormai più rilievo, a parte i legami indissolubili con i nostri affetti – è potente e scioccante, con una base musicale che sale in modo disorientante come il fumo o un sogno. Quando entra il ritornello, la musica irrompe in maniera determinata e incalza con un’esortazione, ancora una volta leggibile, come tutto il resto della canzone, secondo almeno tre livelli interpretativi: forza, alzati per risorgere. Il flusso di immagini e metafore, allo stesso tempo secolari e sacre, è senza sosta: le campane della chiesa sono anche i primitivi allarmi antincendio; le ruote di fuoco sono sia simbolo dell’autopompa dei Vigili del Fuoco sia quelle del Carro Celeste nella visione biblica di Ezechiele; la croce della vocazione è sia l’emblema del martire, sia quello della missione che il pompiere è chiamato ad assolvere. E così via, sino agli ultimi versi con visioni celesti o di proiezioni di speranze. L’imperativo di rialzarsi e risorgere non poté che diventare una sorta di inno laico per l’America di quegli anni, così valido che tornerà anche in seguito quando il presidente Obama chiederà a Bruce di eseguire il brano alla cerimonia del suo insediamento (in un arrangiamento che ne evidenziasse l’anima gospel), o quando nel 2020 con un video ad hoc diventerà la colonna sonora della Convention del Partito Democratico per la campagna del presidente Biden.
Paradise va ascoltata possibilmente al buio e nel più assoluto silenzio, abbandonandosi alla stessa empatia che ha guidato Bruce nella stesura di questa perla. Il brano si compone di tre storie raccontate dalla prospettiva di tre personaggi diversi. Il primo narratore è un kamikaze che prende lo zaino della scuola di suo figlio, sostituisce i libri con una bomba di plastica e filo metallico, trova un mercato affollato e aspetta con l’esplosione di raggiungere il paradiso. La scena si sposta in Virginia, dove una donna che ha perso il suo amato lo incontra nei sogni in attesa della morte per poterlo riabbracciare di nuovo. Il terzo episodio è quello di un uomo che nelle acque di un fiume tenta il suicidio per rivedere l’amata e trovare finalmente la pace. Ma alla fine riemerge e sente il calore del sole sul viso, segno di accettazione, lucido o istintivo, di quel che resta della vita. Tre storie, con pochi e delicati dettagli, sintetizzano la percezione del dolore di tre esistenze diverse e le loro aspettative e prefigurazioni del paradiso. Paradise inizia e finisce con un ronzio morbido, crescente e pulsante come un battito cardiaco che su cui si innesta un tappeto di tastiere impreziosito dagli arpeggi di chitarra acustica.
Chiude l’album il soul gospel di My City Of Ruins, fotogrammi di una Asbury Park decaduta che, insieme all’immagine di un cerchio rosso sangue sul terreno e alle porte di una chiesa vuota, rimandano agli scenari newyorkesi di quel drammatico giorno. Ma le rovine della città sono anche metafore di uno stato emotivo e spirituale e così la canzone assume i toni di una preghiera che invoca fede, amore e forza per tornare a vivere.
Tutto The Rising è intriso dello sgomento e dell’angoscia di quel giorno e dei giorni a seguire, persino le storie d’amore sono storie d’amore perduto e di assenza. Restituendo al dolore e alla speranza la dimensione intima e personale, Bruce si smarca dalla retorica strumentalizzabile della America ferita e dal sentimento nazionalistico di rivalsa. D’altronde il dolore collettivo altro non è che un mosaico di migliaia di sofferenze individuali e la risalita e la rinascita non possono sorgere se non dalla forza e dal coraggio delle singole esistenze. Così fede (in senso più ampio del termine), speranza ed empatia si contrappongono a una visione estrema e violenta delle politiche e dei credi religiosi.
Formazione
- Bruce Springsteen – Voce, chitarra, armonica a bocca
- Tiffany Andrews – Cori
- David Angell – Violino
- Larry Antonio – Cori
- Roy Bittan – Organo, pianoforte, tastiere
- Clarence Clemons – Sassofono, cori
- David Davidson – Violino
- Connie Ellisor – Violino
- Danny Federici – Organo, fisarmonica
- Jere Flint – Violoncello
- Lee Larrison – Violino
- Nils Lofgren – Banjo, chitarra, dobro, cori
- Edward Manion – Sassofono
- Brendan O’Brien – Glockenspiel
- Lynn Peithman – Violoncello
- Mark Pender – Tromba
- Carl Rabinowitz – Violoncello
- Richie Rosenberg – Trombone
- Jane Scarpantoni – Violoncello
- Patti Scialfa – cori
- Pamela Sixfin – Violino
- Michael Spengler – Tromba
- Garry Tallent – Basso
- Julie Tanner – Violoncello
- Soozie Tyrell – Violino, cori
- Alan Umstead – Violino
- Mary Kathryn Vanosdale – Violino
- Steven Van Zandt – Mandolino, chitarra, cori
- Jerry Vivino – Sassofono
- Max Weinberg – Batteria
- Kris Wilkinson – Violoncello
beautiful album