Happy Birthday to John Fogerty!

John Fogerty and Bruce Springsteen perform onstage at the 25th Anniversary Rock & Roll Hall of Fame Concert at Madison Square Garden on October 29, 2009 in New York City.

Con la sua eterna camicia a quadri e la chitarra elettrica a tracolla, John Fogerty è uno dei simboli del rock a stelle e strisce. Nato a Berkeley in California nel 1945, ha segnato con le sue canzoni il “sound americano” tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70. La prima esperienza di John Fogerty risale al 1959 quando assieme a due compagni di scuola,  Doug Clifford e Stu Cook, dà vita al primo gruppo musicale cui l’anno successivo si aggiungerà anche suo fratello Tom. Ma è dal 1967 che la band con il nome di Creedence Clearwater Revival comincerà a riscuotere straordinario successo, incarnando – come verrà riconosciuto- il ponte perfetto tra il vecchio Blues e il nuovo Rock ed esprimendo quella pura energia che li fa rientrare a pieno titolo nella cerchia degli “eroi positivi della musica”.

Al Century Plaza Hotel di Los Angeles, il 12 gennaio del 1993 Bruce Springsteen introdusse i Creedence Clearwater Revival nella Rock & Roll Hall of Fame. Al lungo discorso, che riportiamo in traduzione, seguirà il duetto con John Fogerty su Who’ll Stop the RainGreen River e Born in the Bayou.

“Nel 1970, nella periferia del New Jersey si respirava ancora quello spirito un po’ anni sessanta alla Easy Rider che ci aveva così tanto ispirato. Mi riferisco a quella scena in cui Dennis Hopper viene sbalzato giù dalla motocicletta da un bifolco con un fucile.

Così a quei tempi, in un fine settimana fuori città, potevi aver paura di imbatterti in uno sconosciuto che volesse prenderti a calci in culo solo perché non era d’accordo con il tuo senso estetico. Io e la mia band suonavamo sulla Route 35 fuori Asbury Park, in un club chiamato The Pandemonium. Avevano da poco abbassato a diciotto anni il limite d’età per il consumo di alcolici, secondo la logica che se sei grande abbastanza per morire lo sei anche per bere! Ogni sera suonavamo cinque set da cinquanta minuti l’uno, e difficilmente si arrivava alla fine senza una rissa. C’era gente di tutti i tipi: ragazzotti appena diplomati che non avevano ancora ricevuto la chiamata alle armi, camionisti diretti a sud che certo non sarebbero arrivati a destinazione (almeno non quella notte) ed un bel po’ di studentesse e ragazze che già lavoravano, donne con i capelli cotonati, ed un piccolo ma fedele contingente di hippies. Un pubblico vario, difficile da accontentare in una volta sola.  Suonavamo dietro un bancone a forma di U a circa un metro, ad un tiro di sputo, dai molti clienti abituali che venivano solo per bere, fissare ed infastidire la band. Nel New Jersey arrivò la musica di John e Tom Fogerty, Doug Clifford e Stu Cook, i Creedence Clearwater Revival; e per i tre minuti e sette secondi di “Proud Mary” un sentimento di forte fratellanza si imponeva nel locale. Era semplicemente una grande canzone, piaceva a tutti e ci ha letteralmente salvato il culo in molte occasioni.  In un primo tempo, i Creedence avevano seguito la tradizione delle lunghe jam, tipica di molte band di San Francisco; capirono che quella non era quella la loro strada, smisero senza rimpianti e proseguirono con grandi cose: “Green River”, “Bad Moon Rising”, Down On The Corner”, “Lodi”, “Fortunate Son”, “Who’llStop The Rain”, “Born On The Bayou”. Non era soltanto grande musica, era grande dance music, grande bar band music. Ricordo, verso la fine degli anni ’70, stavo in un piccolo locale dove la band, dopo aver lottato per suonare una delle mie canzoni, con grande naturalezza riusciva invece a eseguire i pezzi dei Creedence. Questo mi faceva davvero incazzare. Comunque sono qui stasera, ancora invidioso della forza e della semplicità di quella musica. Ed erano sempre dei successi, perché il successo risiedeva nel realismo e nella poesia ed in una percezione dell’oscurità degli eventi e della storia. Una tradizione americana intrisa di orgoglio, paura, paranoia … e loro dettero una bella scossa.  Non si può parlare dei Creedence senza parlare di John Fogerty. Per ciò che riguarda la moda, tutta Seattle dovrebbe inchinarsi: John è stato il padre delle camicie di flanella! Come cantautori, in pochi sono riusciti a fare quanto lui in soli tre minuti. Era  come un profeta del Vecchio Testamento dai lunghi capelli incolti, un divertente fatalista. Come ha detto Clint Eastwood: “un uomo deve conoscere i suoi limiti”, ma io posso dirvi che non ho mai conosciuto nessuno che li prendesse così seriamente. Era severo, preciso, diceva ciò che andava detto e andava via. I suoi testi erano sobri e bellissimi. Ha creato un mondo di memorie infantili e di uomini e donne con le spalle al muro. Un paesaggio fatto di paludi,  bayou, fiumi infiniti, gitane, verande sul retro, cani in caccia di fantasmi, diavoli e cattive lune nascenti. Tutto desunto direttamente dalla tradizione blues e trasformato in una visione che era soltanto sua, di Tom, Doug e Stu, la band in grado di sostenerlo. Ciò che rende grande una rock band, è un mistero, non è sempre la cosa più ovvia. Non si può mai dire cosa sia, ma non è qualcosa che ha strettamente a che fare con le caratteristiche di ogni musicista. Quello che so è che poteva contare sull’instancabile chitarra di Tom Fogerty, sulla grande sezione ritmica di Doug e Stu e sulla scrittura e la voce di John. Incontrai John una volta a Mulholland Drive, a Los Angeles, e  ridemmo di quanto fossimo lontani, lui dal bayou e io dall’autostrada del New Jersey.  I CCR hanno creato la loro musica per tutti i Tom Sawyer e gli Huck Finn, per un mondo che non sarebbe mai più stato in grado di seguirli nel loro più semplice ed eloquente invito: “se ti senti perso, vieni a casa a Green River”.

Lasciatemi ancora dire che nei loro giorni, i Creedence non hanno mai goduto del giusto rispetto che meritavano. Chi avrebbe mai detto nel ’69, che prima dei Grateful Dead, Jefferson Airplane, Moby Grape, Strawberry Alarm Clock o gli Electric Prunes, i Creedence avrebbero trovato posto in una Hall of Fame, se mai ce ne fosse stata una? Hanno commesso il peccato di essere troppo popolari quando essere hip significava tutto. Hanno suonato musica americana senza fronzoli per la gente. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 non erano la band più hip del momento… Era la migliore. Ad ogni modo concluderò dicendo: amici, congratulazioni  per il lavoro fatto. E ai bastian contrari: ha, ha ,ha ve l’avevamo detto.

Dunque, Doug Clifford, Stu Cook, Jeff Fogerty (che accetta per conto di suo padre), John Fogerty: congratulazioni , è un piacere concedervi l’ingresso nella Hall of  Fame”.

 

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