Accadde oggi!

Per la lunga e articolata storia del making of di questo grande album rimandiamo alle pagine del libro P. Jappelli e G. Scognamiglio, La Grande Storia di Bruce Springsteen, Hoepli, Milano 2024. Qui di seguito vi riproponiamo un estratto:
Come titolo dell’album – pubblicato con solo dieci delle diciassette canzoni registrate – furono presi in considerazione anche Open All Night e 3 gennaio 1982, ma alla fine si scelse Nebraska, assegnato al brano di apertura. Bruce aveva visto in televisione “Badlands”, il film diretto da Terrence Malick nel 1973, in cui si narrava la storia di cronaca nera di Charles Starkweather e Caril Fugate, una coppia di giovani che nel 1958 aveva trasformato una semplice fuga d’amore in una agghiacciante scia di sangue, uccidendo dieci persone durante il loro vagabondare tra il Nebraska e il Wyoming orientale. Charles, condannato alla pena di morte, era stato giustiziato l’anno successivo mentre Caril uscirà in libertà vigilata nel 1986 dopo 18 anni di prigione. Springsteen, colpito dalla storia, aveva contattato la giornalista Ninette Beaver – autrice del libro “Caril” che ne ricostruiva i fatti drammatici- e subito dopo aveva iniziato a scrivere Nebraska, “una canzone che parla di ciò che succede quando le persone iniziano a sentirsi emarginate dalle loro famiglie, dai loro amici, dal loro governo” [B. Springsteen 1984].
La storia di Nebraska è dura e tragica – come in un libro della O’Connor – e finisce con la condanna a morte del protagonista e, insieme, del sogno americano. Se nei primi demo del brano il racconto avveniva in terza persona, nella versione definitiva Bruce cambiò la prospettiva scegliendo di dar voce direttamente al killer, la cui lucida razionalità lascia ancora più senso di vuoto e sgomento nell’ascoltatore.

Anche il protagonista di Johnny 99 è un omicida, ma la storia mette insieme tutti i fattori che hanno portato a commettere il delitto: perdita del lavoro, l’ipoteca sulla casa e quei debiti “che nessun uomo onesto potrebbe pagare”, poi disperazione e alcol: in un attimo si diventa criminali, ma è un processo a un sistema più che a un uomo. In Used Cars un bambino ricorda l’acquisto da parte della sua famiglia di una vettura di seconda mano e i vicini di casa che li guardano arrivare a bordo di quella auto usata. Tra la sensazione di orgoglio e la mortificazione per quel nuovo acquisto già vecchio, il narratore sogna nella sua genuinità fanciullesca di vincere la lotteria per non dover essere più obbligato a viaggiare a bordo di auto usate. In Mansion On The Hill Bruce descrive una casa che domina la città, che il bambino insieme al padre va la sera in auto ad ammirare abbandonandosi ai sogni di una vita lieve e agiata. Il testo di My Father’s House è ancora più amaro: il protagonista sogna se stesso bambino mentre corre impaurito verso casa, tra le foreste in mezzo agli ululati del vento, e trova il padre ad accoglierlo e a dargli sicurezza con un abbraccio. Al risveglio il narratore decide di riavvicinarsi al padre e di chiarire i motivi che lo hanno sempre tenuto distante da lui: si veste e guida velocemente verso la casa del genitore, ma quando la raggiunge, una donna sconosciuta gli comunica che suo padre non vive più lì. Il tempo ormai è andato, non c’è più possibilità di riconciliazione e la redenzione resta sospesa nel tratto buio di strada che collega la casa del narratore ormai adulto a quella della sua infanzia. Due case – in Mansion On The Hill e My Father’s House – all’interno di sogni: la prima emerge da una memoria lontana infantile, illuminata da una grande luna; la seconda si erge splendente come un faro tra le insidie della vita. Entrambe sono protette da recinzioni o catene, che le rendono di fatto inaccessibili dall’esterno, ma protetta dall’interno. Se si ripensa al rapporto di Bruce con il padre, è immediato comprenderne tutta la dimensione psicologica e autobiografica.

Con Atlantic City si entra negli scenari malavitosi che portarono all’uccisione di Philip Testa avvenuta nel 1980 detto Chicken Man. Alla storia cruda e reale fa da sfondo un’ossessionante melodia folk, accompagnata da un’armonica e un urlo in seconda voce di Bruce. Per mantenere fede alla promessa di una vita migliore fatta alla sua donna, il protagonista sceglie di compiere un colpo criminale che lo possa sistemare per sempre appianando finalmente i suoi debiti. Il finale resta aperto, sospeso in quei versi dei più celebri ritornelli di tutte le sue liriche: “Tutto muore piccola, è un dato di fatto, ma forse tutto quello che muore un giorno tornerà”. Fatalismo o speranza, tra sentenze morali o pietas, sta all’ascoltatore raccontare l’epilogo.
In State Trooper troviamo un poliziotto inflessibile davanti all’implorare di un giovane uomo, che viene fermato in auto in una notte piovosa mentre cerca di tornare disperatamente dalla sua donna, unica ragione che gli resta. Highway Patrolman si svolge in una piccola città di provincia in cui – sulla base di pochi accordi, senza controcanti e un breve inserto di armonica – si snoda una storia di due fratelli – uno sceriffo, l’altro reduce di guerra che non riesce a star lontano dai guai- e del dilemma tra amore e giustizia, compassione e senso del dovere. Ne trarrà ispirazione Sean Penn, per il suo film di esordio alla regia intitolato “Indian Runner” (1991) la cui trama è l’esatta trasposizione cinematografica del brano di Bruce, a conferma di quanto i suoi testi, per stile narrativo e per forza espressiva, saldino il suo debito nei confronti del cinema. (Cfr. P. Jappelli, G. Scognamiglio, Like A Vision, Bruce Springsteen e il Cinema, Graus Ed. Napoli 2015)
In Reason To Believe – con voce ruvida e profonda accompagnata da un’armonica secondo il più tradizionale blues rock – Bruce racconta in quattro strofe quattro diverse storie di dolore. Ma non sono immagini cupe quelle a cui affida la conclusione dell’album, bensì quelle rassicuranti e fiduciose che alla fine di ogni giorno in qualche modo si troverà la speranza e la fede per andare avanti.
La pubblicazione di Nebraska il 30 settembre 1982 lasciò il pubblico senza fiato: non era certo il disco che ci si sarebbe aspettati dall’icona che infiammava i palchi con la Fender, consacrato nell’Olimpo degli Dei del Rock grazie al successo del suo precedente doppio album The River e al clamore generato dal tour appena conclusosi dopo ben 141 concerti davanti a milioni di fans in delirio da una parte all’altra del globo. Ma apparve immediatamente evidente che non si era davanti a una semplice raccolta di canzoni folk, per quanto grandi o ispirate. Essenziale nelle sue architetture musicali, la coerenza e la compattezza che legano tutti gli aspetti dell’album – dalla sua copertina, ai testi e al sound – ne fanno un insuperato esempio di integrità artistica e una pietra miliare nella discografia di Bruce Springsteen.
Tra i brani composti da Bruce per Nebraska ve ne era uno che parlava del drammatico ritorno a casa di un reduce del Vietnam accolto dall’indifferenza opportunistica dello Stato: Born In The U.S.A.
Registrato in acustico tra la fine di dicembre 1981 e l’inizio di gennaio 1982, venne incluso nel demo tape di Nebraska consegnato a Landau il 3 gennaio 1982, ma poi escluso dalla tracklist definitiva. Ebbene, due anni dopo Born In The U.S.A. sarebbe diventata la macchina bellica con cui Springsteen si sarebbe imposto definitivamente a livello globale. Il titolo, provocatorio e stimolante, non fu esente tuttavia da strumentalizzazioni politiche delle derive populiste del governo Reagan, in direzione diametralmente opposta alle intenzioni del suo autore. «Il presidente ha fatto il mio nome. – replicò Bruce dal palco prima di attaccare Johnny 99 – Ora mi chiedo quale sia, tra i miei album, il suo preferito: non credo Nebraska».
Basti questo per comprendere la portata di un disco che nella sua chiarezza ed essenzialità non può ammettere fraintendimenti e falsificazioni.
Formazione
- Bruce Springsteen – voce, chitarre, armonica a bocca, tastiere, mandolino, glockenspiel, percussioni
Tracce
Testi e musiche di Bruce Springsteen.
- Nebraska – 4:32
- Atlantic City – 4:00
- Mansion on the Hill – 4:08
- Johnny 99 – 3:43
- Highway Patrolman – 5:40
- State Trooper – 3:17
- Used Cars – 3:10
- Open All Night – 2:58
- My Father’s House – 5:07
- Reason to Believe – 4:08
Personale
Bruce Springsteen – voce; chitarre; armonica (1–5, 7, 9–10); mandolino (1–3, 5); glockenspiel (1, 7); sintetizzatore (9)
Mike Batlan – ingegnere del suono
Dennis King – mastering
Bob Ludwig, Steve Marcussen – consulenti per il mastering
Andrea Klein – design
David Michael Kennedy – fotografia (copyright 1975)
interessantissimo