26 Aprile 2005: Bruce Springsteen – Devils & Dust

Accadde oggi!

A seguire si riporta un estratto da P. Jappelli, G. Scognamiglio, la Grande Storia di Bruce Springsteen, Hoepli, Milano 2024

Nel giro di pochi mesi (tra marzo e agosto 2004) l’album Devils &Dust era praticamente già pronto, mixaggio finale a parte che si protrasse fino a gennaio 2005. Nel complesso, risulterà un album difficilmente etichettabile, con incursioni nel country, nel folk e nel rock e 12 tracce che scandagliano i sentimenti più profondi dell’animo umano.

Alla titletrack venne affidata l’apertura dell’album. C’è un soldato che, impegnato in qualche missione, descrive in prima persona i sentimenti di paura e insicurezza che lo attanagliano. Lontano da casa, col dito sempre pronto sul grilletto e oppresso da oscure minacce che neanche comprende, si aggrappa all’ormai vacillante consapevolezza di avere tutto il diritto e “Dio dalla sua parte”, facendo il verso alla retorica evangelica di Bush. È il ritratto essenziale di un’America spaventata, in cui il potere alimenta paura e se ne giova, chiamando a supporto menzogne, facendo leva sul senso di smarrimento e lo sbandieramento di una “giusta” causa. Ma se la speranza di salvezza è legata al chi-spara-per-primo, “cosa succede se quello che fai per sopravvivere uccide le cose che ami?”. Il riferimento all’Iraq è immediato, ma Springsteen come sempre elimina tutti i riferimenti a contesti geografici e temporali precisi (persino e parole un mondo di terra e petrolio vengono sostituite poco prima di incidere la canzone), così da rendere i versi validi universalmente, in ogni spazio e in ogni tempo, ovunque ci sia una guerra in corso. In definitiva Devils &Dust è un brano potente sulla combinazione del senso di onnipotenza e di paura che alla fine può svuotare l’anima della sua bellezza e della sua fede, per riempirla con demoni e polvere. Provata anche full band, fu poi incisa in versione folk, diretta e scabra, in cui l’incedere marziale accompagna il crescendo emotivo.

All The Way Home, scritta per l’amico Southside Johnny per il suo album Better Days (1991), è quasi irriconoscibile nella nuova versione di Springsteen. Sullo sfondo c’è una storia di amore e disillusione – tra vecchi ricordi ed errori che bruciano come ferite – che percorre per molti aspetti lo stesso terreno di TougherThan the Rest, ma in modo più maturo e vulnerabile. Il ritmo è un country-rock incalzante, sostenuto dalla batteria di Steve Jordan e il sitar e il sarangi di Brendan O’Brien. La country ballad Reno narra di un incontro tra un uomo e una prostituta che consumano l’atto sessuale nella malinconia di una stanza d’albergo. Il linguaggio e riferimenti crudi ed espliciti non fanno che accrescere il disagio del freddo automatismo che si crea fra i due protagonisti. Dopo l’inizio con un arpeggio di chitarra acustica e passaggi cupi di synth, la musica prende lentamente il sopravvento e si espande con archi e fiati e accompagna la mente di lui che vaga tra ricordi di luoghi e di un amore perduto. Poi torna più scabra quando lei ha provveduto a compiere il lavoro per cui è pagata, lasciando nell’ascoltatore un senso di amarezza e di vuoto.

Danny Clinch Photography

Con Long Time Comin’ si chiude il songbook di Bruce dedicato al tema padre-figlio, con una definitiva riflessione sulla paternità e sulle responsabilità che comporta. Ispirata dalla vacanza in campeggio nel deserto con i suoi due figlioletti e Patti, di nuovo in dolce attesa, la canzone diventa un’occasione per rianalizzare il suo tumultuoso rapporto con il padre […]. Bruce, ormai quasi cinquantenne, trova la assoluzione, la sua e quella di suo padre: il brano segna la presa di coscienza – tardiva, ma sempre valida – che i più grandi doni che un padre può concedere ai propri figli sono la sua presenza costante nelle loro vite e, allo stesso tempo, la liberazione dalle loro spalle dal carico dei suoi errori e del suo proprio vissuto.

Danny Clinch Photography

Black Cowboys è una perla cinematografica, ispirata dalla lettura di “Amazing Grace: The Lives of Children and the Conscience of a Nation” di Jonathan Kozol (1995) che Bruce ebbe modo di leggere durante le prime tappe del Solo Acoustic Tour. Ambientato a Mott Haven del South Bronx, uno dei quartieri americani più poveri e segregati dal punto di vista razziale, il libro è più di un semplice trattato sociologico che ci porta in scuole sovraffollate, ospedali disfunzionali e case infestate dai topi dove vivono famiglie devastate dalla depressione e dall’ansia, dalla violenza legata alla droga e dalla diffusione dell’AIDS. È anche una finestra aperta sulla vita quotidiana di personaggi reali che lottano con forza per sopravvivere e fornire la miglior vita possibile a coloro che amano. Bruce, particolarmente toccato dalla relazione madre-figlio dei protagonisti del libro, durante le sue sessioni notturne di scrittura in camera d’albergo tra un concerto e l’altro, compose Black Cowboys, una cupa storia sul prezzo della povertà, della ghettizzazione urbana e del potere dell’amore di una madre, con quel finale redentore che la saggistica di Kozol non aveva potuto fornire. Con Maria’s Bed arriva una ventata improvvisa di freschezza, con un Bruce che canta in un registro insolitamente alto. Il violino di Soozie è in primo piano, il lavoro di chitarra di Springsteen, intrecciato con la ghironda di Brendan O’Brien, è gioioso e delicato. Le tastiere, suonate dallo stesso Bruce, suonano come il fischio di un uomo che affronta almeno una volta spensieratamente il mondo. In alcune parti riecheggia Working on the Highway, in altre ricompaiono quasi testualmente porzioni di Further On (Up The Road), scritta probabilmente nello stesso periodo. I versi spaziano disinvolti tra metafore solari e luminose (montagne di zucchero, dolci mari blu, valle dell’amore, caramelle…) e ombre più cupe e scure (vestito da morto, un teschio sorridente per anello, stivali da cimitero…) che non gravano ma anzi esaltano per contrasto il colore della felicità aprendo a inattese visioni di luce.

Silver Palomino è un grande esempio della raffinatezza compositiva. Fu scritta da Springsteen in occasione della morte improvvisa di una vicina di casa, i cui due piccoli figli erano amici di quelli di Bruce. Nel brano, un giovane narratore, per arginare il dolore della perdita, infonde a un palomino maestoso e indomabile l’anima di sua madre che lo ha lasciato. Bruce suona tutti gli strumenti della traccia tranne gli archi, che sono stati sovraincisi anni dopo. La cadenza del suo cantare – sussurrando sillabe, saltando parole e accennando interi versi al punto da renderne difficile la comprensione – è accompagnata da altrettanti impercettibili ma preziosi passaggi alla chitarra, come se il protagonista fosse perso nella memoria con i piedi su un terreno emotivo instabile. […]  Nella strofa finale il ragazzo è più grande e ha imparato come andare avanti nella vita. Mentre gli archi si gonfiano, i versi si riempiono di immagini argentate, con cielo perlato, neve bianca in arrivo e stelle luminose, con la luce di sua madre che continua a illuminarlo.

Danny Clinch Photography

Il distacco dalle persone che amiamo è anche il tema di Jesus Was An Only Son in cui la storia della crocifissione è affrontata in una prospettiva più ampia e laica. […] Se nella maggior parte dei versi Bruce ripercorre gli eventi e i sentimenti dell’ultima notte di Gesù, nell’ultima strofa (Ora c’è una perdita che non potrà mai essere sostituita/Una meta che non potrà mai essere raggiunta/Una luce che non troverai mai nel volto di un altro/Un mare la cui distanza non può essere violata) trascende il contesto evangelico per abbracciare il sentimento comune di orgoglio e angoscia di un genitore che lascia che il figlio ormai adulto intraprenda il suo proprio viaggio.

Come Maria’s Bed anche Leah è una canzone romantica in cui il protagonista aspira alla serenità con la donna amata. Il desiderio di quel mondo dove l’amore è l’unico suono e di una casa in cui potersi scrollare finalmente di dosso pesi e paure, più che un ingenuo sogno utopico è il reclamo del sacrosanto diritto alla felicità dopo una vita di lotte, ombre e dubbi. Il protagonista ora è stanco e ha solo voglia di amare e, magari, di essere ricambiato. Bruce suona tutti gli strumenti tranne l’assolo di tromba in sottofondo affidato a Mark Pender.

Danny Clinch Photography

Il protagonista di The Hitter è un pugile a fine carriera che si ritrova davanti alla porta di casa della madre, implorandola di farlo entrare a riposare un po’. Sa perché la mamma gli è ostile ma le ricorda che tirare cazzotti è l’unica cosa che abbia mai saputo fare e che purtroppo la vita non gli ha lasciato altra scelta per sopravvivere. Il narratore ripercorre con versi essenziali e suggestivi i suoi incontri nel circuito dei tendoni della Louisana, le volte che le ha date e le volte che le ha prese, tra pioggia, fango e sangue, “senza alcuna pietà e misericordia” verso i suoi sventurati sfidanti. L’unico cenno a un impulso emotivo riguarda l’ultimo incontro truccato, in cui cade a tappeto e tradisce le sue stesse abilità di pugile, le sole che gli ha riconosciuto la vita. In quel momento il cielo diventa nero, ma lui incassa i soldi e non si volta indietro. Springsteen riesce a scavare in profondità nella psiche del protagonista, alludendo anche alle responsabilità della madre, fino a suscitare empatia e compassione animi così impietriti dalla durezza della vita. L’arpeggio sui cantini è appena percepibile come il velo di archi ai margini, a favore del giro di bassi che colpiscono a ripetizione e accompagnano la storia.

Si torna per un attimo alla leggerezza con AllI’mThinkin’ About un country-pop gioioso tra immagini bucoliche e delicate allusioni sessuali sviate da un falsetto innocente che ricorda i CannetHeat di Going Up the Country. La registrazione principale (1997-1998) è una produzione tutta Springsteen che suona tre chitarre, tastiere, tamburello e una leggera pennellata di batteria, con cori di Patti, SoozieTyrell e Lisa Lowell, mentre il basso di O’ Brien venne aggiunto nel 2004.

Chiude l’album uno dei brani più drammatici mai scritti da Springsteen: Matamoros Banks, l’ennesimo colpo sferrato alle politiche migratorie degli Usa e non solo. È il tragico sequel di Across the Border (1995) e di quel sogno d’amore e speranza che insegue il messicano tentando di attraversare il confine. Matamoros Banks ne racconta il tragico epilogo, con una struttura narrativa cronologicamente inversa: si apre dalla scena finale e poi si riavvolge il nastro della storia con un effetto straziante. La prima immagine è infatti quella di corpo di un migrante che non ce l’ha fatta e che ora ondeggia riverso sulle acque del Rio Grande, mentre le tartarughe mangiano le palpebre dei suoi occhi rimasti aperti a guardare le stelle. Nelle strofe successive si passa ai giorni precedenti, da quando quell’uomo percorreva il deserto sognando di ricongiungersi all’amata a quando si immerge nel fiume che lo porterà alla morte. L’addio al suo amore è struggente, sale come una preghiera al cielo in cui, nonostante tutto, ringrazia Dio per il tempo che gli ha concesso di vivere accanto alla sua donna e rinnova la promessa reciproca di rincontrarsi un giorno sulle rive del fiume che li separa. L’orchestrazione degli archi e i delicati passaggi alla chitarra conferiscono alla canzone levità e dolcezza a dispetto dei contenuti e dei dettagli agghiaccianti. Nelle note che accompagnano il disco, Springsteen scrisse “ogni anno sono in molti a morire attraversando i deserti, le montagne e i fiumi vicino ai nostri confini, a sud, in cerca di una vita migliore”.

Tracce

Tutte le canzoni sono state scritte da Bruce Springsteen:

1. Devils & Dust
2. All the Way Home
3. Reno
4. Long Time Comin’
5. Black Cowboys
6. Maria’s Bed
7. Silver Palomino
8. Jesus Was an Only Son
9. Leah
10. The Hitter
11. All I’m Thinkin’ About
12. Matamoros Banks

Formazione

Bruce Springsteen – Voce, armonica a bocca, chitarra, tastiere (tracce 1-12); percussioni (tracce 2,5,7,9,10); batteria (tracce 8,11); tamburello (traccia 3); basso (traccia 8)
Brendan O’Brien – basso (tracce 1,2,4,5,6,11); sitar (traccia 2); sarangi elettrificato (traccia 2); tambora (tracce 2,6); hurdy-gurdy (traccia 6)
Steve Jordan – batteria (tracce 1,2,4,6); percussioni (traccia 5)
Nashville String Machine – archi (tracce 1,3,5,7,10,12)
Susan Welty, Thomas Witte – fiati (tracce 1,3,5,10)
Brice Andrus, Donald Strand – fiati (tracce 3,5,10)
Chuck Plotkin – pianoforte (traccia 2)
Danny Federici – tastiere (traccia 4)
Marty Rifkin – steel guitar (tracce 2,4)
Mark Pender – tromba (traccia 9)
Soozie Tyrell – violino (tracce 4,6); cori (tracce 4,6,8,11)
Patti Scialfa – cori (tracce 4,6,8,11)
Lisa Lowell – cori (tracce 8,11)

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