11 Giugno 1988: Bruce Springsteen, Torino – Stadio Comunale

Accadde oggi!

“Tunnel Of Love” Tour

IL RUGGITO DELLA FOLLA PER
L’ EROE ROMANTICO DEL ROCK

TORINO Basta poco per spazzare via il ricordo superfluo dei bambolotti di plastica alla Michael Jackson che da qualche tempo imperversano negli stadi italiani. Qui tutto ha odore di vita: i colori dello stadio, il ruggito della folla che accoglie l’ eroe del rock and roll, e naturalmente lo stesso Springsteen. Il suo è un rabbioso richiamo alla nostra coscienza, alla nostra memoria. Qui, in questo stadio, per una volta si può anche accettare di essere annullati in una massa urlante, di arrendersi a questa fascinazione collettiva, perché mai nessuno prima nella storia del rock ha dato l’ impressione come Springsteen di voler essere così tenacemente la voce di tutti, l’ incarnazione di un disagio che ormai percorre almeno tre o quattro successive generazioni ed è ancora vivo, incontenibile. Così come è viva, indomita, invincibile, l’ energia del boss, anche se il concerto si apre, insolitamente, all’ insegna dell’ amore, nella cornice romantica del Tunnel dell’ amore, e poi prevede pause delicate, di introspezione, in omaggio al lavoro più recente, appena un poco più diversificato e vario di quella implacabile macchina rock che Springsteen scatenò con lo scorso tour. Ma già al secondo pezzo, Springsteen e la sua band, completa di sezione fiati a rinforzare i riff ossessivi, fanno sentire una potenza strabordante, sulle note di Boom boom boom, antico blues cantato da John Lee Hooker, presagio di quello che vedremo in seguito. E poi ancora Be true, una facciata B poco conosciuta, che però serve alla band come spunto per scendere giù dal palco fin quasi a toccare la folla. Devi essere vero urla la band, e i segnali ci sono tutti. Autenticità, passione, una voglia di essere fino in fondo esseri umani, reali, quella stessa voglia che spinge Springsteen ad una lunga chiacchierata in italiano seduto su una panchina col vecchio amico Clarence Clemmons, a parlare come due compagni di strada che si ritrovano di nuovo insieme, tanto per non perdere di vista l’ itinerario, nel senso di una strada collettiva che sprofonda in ricordi di vecchie autostrade, di fughe brucianti, di notti insonni e amori desolati vissuti nel buio del rifiuto della civiltà. Springsteen è allo stesso tempo eroe solare e notturno, come è ben rappresentato da questo concerto che si svolge in due parti, la prima tutta alla luce del giorno, nella strada e disemozionante piattezza diurna, nella seconda nel buio della sera con le luci che finalmente mettono a fuoco il palco e lo rendono simile ad un incendio nella notte. Ed è questo, del resto, che esige realmente questa musica, la quale raccoglie energie e le amplifica a dismisura. C’ è posto per evocazioni bibliche (Adam raised a cain), preistoria di donne che vogliono dimenticare il passato (Speare Parts), ma anche per la violenta, devastante protesta di war infine, per chiudere il primo tempo, per l’ anti-inno Born in the Usa, che porta alle stelle, nel delirio del pubblico, l’ altra America, cioè il paese universale di quelli che ancora cercano la terra promessa, e vogliono rimanere combattenti della libertà. Il palco ora è una barricata, è la frontiera dell’ ideale, è il risveglio di una rinascita sofferta e dolorosa. In questo senso Springsteen è davvero l’ ultimo dei romantici, un forsennato persecutore di grandi battaglie e grandi utopie. E la folla, ancora una volta, lo riconosce come tale, lo esalta, vuole cantare con lui, vuole dargli un mandato preciso che è quello di urlare quello che tutti sanno, di essere voce popolare, eroe di tutti. La sensazione è inconfondibile ed è quella dei grandi eventi rock. C’ è una forza liberatoria, purificatrice, che libera in un bagno di sudore istinti sopiti, identità confuse e sogni mai dimenticati. Col calare della notte perché la notte appartiene agli amanti, come canta lo stesso Springsteen, il rito è finalmente completo, l’ unione musicisti-pubblico può essere definitivamente celebrata, quasi santificata, da questo indomabile eroe del rock che pretende di essere, come grida in ogni concerto un prigioniero del rock and roll. Il concerto, molto diverso da quelli che lo hanno preceduto, salta molte delle tappe che siamo abituati ad aspettarci, invece propone molti pezzi minori, o poco conosciuti, segno di un uomo che sta cercando qualcosa, che vive ancora in pieno la sua trasformazione, e che forse a differenza della gran parte delle rockstar cerca risposte anche dal pubblico che va ad applaudirlo in questa clamorosa e ribollente festa della musica.

di GINO CASTALDO

E’ UN TRIONFO A TORINO

Foto di Giovanni Canitano

TORINO Erano lì fin dalle prime ore del mattino, a centinaia, poi a migliaia, poi sempre più numerosi. Qualche temerario aveva osato sfidare i disagi di una notte non proprio tiepida e si era attendato davanti allo stadio Comunale dalla sera precdente. Tutti in attesa del grande evento: il concerto di Bruce Springsteen, prima tappa di una tournée europea partita appunto ieri da Torino, secondo appuntamento di una memorabile stagione aperta quindici giorni fa da Michael Jackson e che in calendario ha per il 6 luglio i Pink Floyd. L’ assalto ai cancelli è cominciato poco dopo le 15 come da programma. Festosa, vociante, colorata, una marea umana ha cominciato ad avanzare verso i cancelli e in pochi minuti si è distribuita sulle gradinate della curva Filadelfia. Una scena impressionante e suggestiva che, ai meno giovani e agli amanti del cinema western, deve aver ricordato la corsa alle terre della frontiera vista in Cimarron. Una conquista giocata sulla velocità, in un tripudio di bandiere a stelle-e-strisce, un doveroso omaggio all’ eroe proveniente dal New Jersey, carico di meritata gloria musicale acquisita tra le due coste. I fans di Springsteen si sono tuffati con quattro ore di anticipo nel Tunnel of Love, dopo una lunga e apprensiva vigilia: molti infatti temevano di non poter partecipare all’ avvenimento musicale, per via della cancellazione della seconda serata torinese. In parecchi hanno dovuto comunque rinunciare, anche se va ricordato che c’ è sempre la possibilità di rifarsi a Roma, dove Springsteen si esibirà il 15 e il 16 giugno. Da segnalare, in compenso, i copiosi arrivi a Torino di fans provenienti da tutta Europa: soprattutto dalla Germania, dalla Svizzera e dalla Francia. Per i possessori di un biglietto ed erano oltre cinquantacinquemila, più un nutrito stuolo di autorità e vip e seicento tra giornalisti, fotografi e cineoperatori l’ apertura dei cancelli è sopraggiunta come una liberazione. Dall’ asfalto infuocato da un sole malaticcio e cattivo, sono passati alle gradinate, alle tribune coperte, al prato. In un trionfo di bandiere, cappellini di carta, panini, Coca-Cola e tutti quegli optionals variopinti che ormai fanno parte della collaudata coreografia dei megaconcerti, lo stadio si è riempito fino all’ inverosimile. Nel catino del vecchio Comunale, ormai alle soglie della pensione dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio come palco delle gesta granata e bianconere, è stato possibile mettere più facilmente a fuoco il pubblico di Springsteen: giovane, sì, ma non al punto da essere identificato appieno con la generazione dei fans di Michael Jackson.

Foto di Giovanni Canitano

C’ era per la verità anche questa, ma era prevalentemente un pubblico in grado di ricordare lo Springsteen delle prime band formatesi tra il New Jersey e la California. C’ era addirittura qualche tempia imbiancata per questo cantante che non ha costruito il suo successo sull’ ipnosi collettiva della musica come rumore. Tutti erano in trepidante attesa d’ un avvenimento musicale, al quale non mancava tuttavia la consueta cornice mondana. Sempre più accaldati, sotto il sole, nell’ afa di un pomeriggio che ha persino minacciato pioggia, e che ha semplicemente alimentato un implacabile scirocco. A quell’ ora, mentre lo stadio già consumava le ultime briciole della vigilia, The Boss era protetto dall’ invalicabile muro di cinta della tenuta La Mandria, ospite di Umberto Agnelli nella villa dei Roveri. Per la verità, più che del vicepresidente della Fiat, che almeno venerdì era all’ estero, Springsteen è stato ospite di Giovanni Agnelli junior e di un ristretto gruppo di amici di famiglia.

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Ai Roveri era arrivato nella tarda serata di venerdì assieme alla rossa vocalist della band Patti Scialfa e protetta da un gruppo di energici giovanotti: una misura francamente superflua vista l’ inaccessibilità del parco. A quanto si apprende non deve essere stato quel che si dice un ospite difficile. Ha infatti dormito ininterrottamente fino al primo pomeriggio di ieri. Ha quindi consumato un breve lunch a base di spaghetti, frutta, e un paio di bicchieroni di chocolate milk shake. Un tipo simpatico, semplice, cordiale, non affetto da quelle eccentricità che affliggono i personaggi del suo calibro: così lo ha descritto uno dei commensali. Verso le 16, Springsteen ha lasciato La Mandria per andare a fare footing, naturalmente protetto dalle guardie del corpo. Infine ha raggiunto lo stadio, dove ha preso possesso di uno dei quattordici camerini allestiti per lui e per la band, muniti di altrettante linee telefoniche.

Lunghi preparativi mentre fuori s’ infittiva la folla e cresceva il fragore in un’ atmosfera degna del più atteso dei derby. Mentre migliaia di radio portatili annunciavano la batosta inferta dalla Spagna alla Danimarca agli europei di Germania. Springsteen, scegliendo di avere il suo primo impatto europeo qui a Torino, ha inoltre messo in viva agitazione gli amanti del presenzialismo a tutti i costi, e molti di questi sono arrivati anche da Roma e da Milano. La tribuna d’ onore per il concerto di ieri appositamente ritagliata e ben definita era perciò gremita con grande anticipo. Questa volta, dicono, c’ è stata una corsa disperata alla conquista del biglietto vip da parte di personaggi dello spettacolo, della politica, degli affari: attrici vere e stelline, ministri e portaborse, uomini di finanza e aspiranti tali, angosciati da un andamento della Borsa non più favorevole ai rampanti dell’ ultima ora. Una corte di figuranti intorno ai potenti veri, come spesso accade. Ieri sera il nucleo verace dei vip era costituito dalla famiglia di Umberto Agnelli con donna Allegra Caracciolo, il figlio Giovanni, Evelina e Gabriele Galateri di Genola, Luchino Visconti junior, due Furstenberg. Vicino alla famiglia Fiat c’ erano anche i Camerana, Romiti, il vicepresidente del Consiglio Gianni De Michelis, il vicepresidente della Confindustria Carlo Patrucco, Cesare Annibaldi, il segretario del Pli Renato Altissimo, Gianni Versace con un gruppo di mannequin. E’ arrivato anche Giuliano Ferrara che, per la cronaca, è stato accolto con un coro di insulti da parte del pubblico. Alle 19 la scena è stata tutta per Springsteen. A quell’ ora si contavano alcune decine di svenimenti e qualche contuso.

di SALVATORE TROPEA – 12 Giugno 1988 – La Repubblica

TUTTI PER UNO: BRUCE

tick67TORINO Siamo tutti qui per passione. Springsteen è come una squadra di calcio, o lo si ama davvero, o lo si ignora. Sono più di 60 mila in uno stadio, il pubblico di Napoli-Milan, quello di Italia-Brasile, o forse quello dell’ altra sera per Germania-Italia. Oggi però nessuno gioca contro qualcuno, nessuno rischia di dover perdere. E quando alle 7.10 precise il Boss sale sul palco, tutti capiscono che vinceranno, che usciranno dallo stadio dopo quattro ore arricchiti di qualcosa che solo il rock può dare. Urlano forte, un pubblico mobile e caldo, vestito di jeans, venticinque anni di media, nessuna forma di ipnosi collettiva, nessun raptus emozionale; piuttosto la coscienza che l’ itinerario umano e poetico di Springsteen è lo stesso di tanti, di tutti quelli che sono qui stasera ad applaudirlo. Lui sale su un palco romantico, sovrastato da un pannello che raffigura un enorme cuore con le ali, coppie di innamorati e la scritta Tunnel dell’ amore. E’ tutto vestito di nero e per il primo brano indossa una giacca fucsia, intorno, la sua A Street Band: l’ enorme Clarence Clemons al sax, Nils Lofgren alla chitarra, Danny Federici e Roy Bittan alle tastiere, Garry Tallent al basso, Max Weinberg alla batteria, la vocalist Patti Scialfa e una bella sezione fiati con Mark Pender, Michael Spengler, Mario Cruz, Eddie Manion e Richard Rosenberg. Il primo brano è inevitabilmente Tunnel of love, il titolo del suo disco da uomo, del disco della scoperta dell’ amore. E non importa se per qualcuno il fatto che il Boss abbia scoperto l’ amore grazie ad un’ attrice-fotomodella come Julianne Phillips (anche se sembra che il matrimonio sia già finito) sia stato una delusione; bella faccina, bel caratterino, ma Springsteen come Jagger, Billy Joel, o John Taylor e Simon Le Bon… a qualcuno è sembrato davvero troppo. Un giorno si incontra una persona che ti dice: posso aiutarti a trovare quello che cerchi, ma bisogna che tu abbia fiducia in me e così lui si è lasciato andare, ha comprato da un uomo grasso il bigletto per il tunnel dell’ amore (e lo fa anche all’ inizio di concerto ad un immaginario botteghino) e ci è entrato con il suo angelo con il suo passerotto. Nel primo tempo dello show ci sono molti brani del nuovo album; Bruce ha dimenticato macchine e ragazze, a 38 anni si è lasciato indietro sulle highway o per le strade secondarie le sue compagne di viaggio: Pink Cadillac e altre quattroruote di lusso, e Wendy, e Mary e Kitty e Terry. Chi è questo signore che ha perso la rabbia, senza rassegnarsi, che nell’ amore ha trovato la risposta alla sua inquietudine, al suo mal di vivere? Per questo tour così diverso dagli altri Springsteen e il suo gruppo hanno provato più del solito. Difficile è stata la scelta dei brani; quando si accorgeva che le canzoni avevano perduto la loro attualità, il loro impatto emozionale, le tirava via dalla scaletta senza pietà. Ecco il perché delle grandi canzoni assenti. Non è stato un compito facile decidere cosa cantare in questo Tunnel of Love Express Tour. L’ angoscia è dappertutto ha detto Springsteen in un’ intervista a Rolling Stone E’ dentro, è fuori, è nel letto e per la strada. L’ idea era quella di mostrare a chi inseguiva un sogno il luogo dove realizzarlo: gente cacciata di casa, che cerca di costruirsi un suo spazio, un rifugio, un po’ di tenerezza, un po’ di dolcezza da qualche parte. Incredibile, il Boss oggi parla così. E il fatto ancora più incredibile è che in più di 60 mila siano qui ad ascoltarlo, e non solo qui, ma negli Stati Uniti, da dove è iniziato il tour, e in Francia Inghilterra Olanda Svezia Irlanda Germania e Svizzera, dove continuerà. Parlaci d’ amore Springsteen perché ce n’ è sempre bisogno, e così magari qualcuno se ne accorgerà prima di arrivare come te a quarant’ anni. Suda, si agita, corre da un lato all’ altro del palco, impugna la chitarra, a volte come un’ arma, poi come un’ amante. Un vero e proprio boato quando intona Because the night, scritta per Patti Smith. E ci viene da pensare quanto anche la donna più maledetta del rock anni ‘ 70 sia cambiata, di come il matrimonio e i figli l’ abbiano trasformata. Sulla copertina del singolo People have the power Patti ha uno sguardo dolce incorniciato da due treccine sottili come quelle di Heidy. Boss, non chiediamo tanto; ma finché esisterà qualcuno così integro, capace di una poesia così sincera e diretta, qualcuno non disposto a compromessi e sponsorizzazioni, vorrà dire che il rock continuerà ad essere un motore, che la notte di Torino sarà ricordata, non come il cartone animato di Michael Jackson o come il musical di Madonna, ma come una gigantesca e stupenda comunione di anime.

di LAURA PUTTI

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